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Riqualificazione energetica e ambientale dei rifugi alpini

Riqualificazione energetica e ambientale dei rifugi alpini
Ricerca a cura di Luca Magarotto, architetto e dottore di ricerca in tecnologia dell’architettura.  Afferisce alla sezione “Architettura” del Centro Ricerche “Architettura>Energia”. Ricerca svolta all’interno della tesi del XXIII ciclo del Dottorato in Tecnologia dell’Architettura (Facoltà di Architettura di Ferrara, IUAV di Venezia e Facoltà di Architettura di Cesena), dal titolo “Riqualificazione energetica e ambientale dei rifugi alpini”.
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I rifugi alpini, nati come avamposto per la pratica dell’alpinismo, nel corso del tempo sono stati oggetto di continui miglioramenti e adeguamenti funzionali al fine di poter offrire agli alpinisti un servizio di accoglienza essenziale ma sempre più confortevole. Negli anni Ottanta con la pratica di massa di alpinismo ed escursionismo, si è posta la questione sulla qualità ambientale e sugli impatti generati dal rifugio sul territorio: il grande carico antropico concentrato si è dimostrato responsabile del fenomeno di accumulo di rifiuti e della produzione di reflui e di altri inquinanti in quantità tali da non poter essere trattati dagli accorgimenti impiantistici e tecnologici presenti nelle strutture.

In Italia è attualmente in corso un diffuso fenomeno di riqualificazione, avviato in particolare dagli adeguamenti cogenti in materia di igiene e di sicurezza. A questi sono seguiti finanziamenti utili al rinnovamento dei sistemi di produzione dell’energia e alla loro integrazione con impianti in grado di sfruttare le energie rinnovabili,  appetibili in un contesto in cui la disponibilità delle risorse e l’accesso alle stesse sono un vincolo molto forte.

La riqualificazione del rifugio alpino non può però essere rapportata a quella di altre tipologie di edificio, né possono essere valutate procedure standard di intervento.  Vi sono infatti alcune criticità da valutare:

• la scarsità dei dati documentali dell’edificio conseguente alle frequenti realizzazioni dei rifugi con le tecnologie conosciute dalle maestranze locali, spesso arrangiate con il materiale disponibile in loco;

il contesto isolato: i rifugi non sono generalmente collegati alle reti infrastrutturali, né dispongono di scarichi fognari centralizzati. In particolare, le modalità di accesso (spesso limitate al solo utilizzo dell’elicottero, escludendo l’accessibilità a piedi) vincolano nelle dimensioni e nel peso le possibilità di approvvigionamento, scaturendo in costi maggiori a carico dei gestori e dei proprietari;

i tempi di cantiere: a causa delle condizioni climatiche di alta quota, i tempi utili alla realizzazione degli interventi si sovrappongono alla stagione di apertura dei rifugi stessi, causandone la chiusura provvisoria. In casi particolari potrà essere necessario interrompere il cantiere per essere poi ripreso la stagione successiva, previe opportune verifiche di integrità dopo la stagione invernale.

 

In primo luogo, nell’azione di riqualificazione è da tutelare l’identità del rifugio alpino, caratterizzato da accessibilità limitata e dotato di servizi essenziali: questo non implica che essi debbano essere “scomodi e freddi”. Al fine di migliorare le caratteristiche del rifugio è utile esplicitare le finalità di tale intervento e le opportunità correlate:

riduzione degli impatti ambientali: questi sono generati da tutte le attività antropiche. Sono infatti incluse le deiezioni, i rifiuti prodotti, gli inquinanti emessi nelle fasi di trasporto delle materie prime e di generazione delle risorse energetiche. In questo ambito, non potendo intervenire sulla quantità di utenti, è opportuno l’aggiornamento tecnologico dei sistemi finalizzato alla riduzione di risorse impiegate nelle fasi di acquisizione e di smaltimento delle materie prime (sistemi a secco, raccolta differenziata dei reflui  e rifiuti senza abbandono in ambiente, etc. );

riduzione dell’energia utilizzata: i rifugi sono caratterizzati da grandi consumi a fronte di scarse possibilità di approvvigionamento. Le priorità sono limitare il consumo di energia e provvedere a ridurre le dispersioni. L’integrazione delle risorse disponibili, in particolar modo quelle rinnovabili è sicuramente da privilegiare, curando l’inserimento e la realizzazione di impianti semplici e affidabili in forza delle difficoltà che possono intercorrere nel reperire personale specializzato in quota per le riparazioni (soprattutto nei casi di emergenza, ma anche nelle situazioni ordinarie). Nella scelta di utilizzare meno energia prodotta in loco, anche la scelta di coibentare il rifugio consentirebbe non solo un miglioramento del comfort interno, ma permetterebbe di ridurre il fabbisogno di energia termica in fase di esercizio, contribuendo anche a ridurre i tempi di messa a regime e di dismissione stagionali.
Infine, non può non essere soppesata l’ opportunità turistica ed economica della riqualificazione: la permanenza di un rifugio è strettamente legata all’interesse alpinistico/paesaggistico e alla conseguente presenza di frequentatori.

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NOTE

DIDASCALIE IMMAGINI

FIG. 1
Il contesto ambientale isolato in cui sono costruiti i rifugi alpini limita le possibilità di accesso e condiziona la scelta delle tecnologie nelle operazioni di riqualificazione. Nella foto il Rif. Sonino al Coldai, 2135 m. Foto di Luca Magarotto.

FIG. 2
Dettaglio di un infisso a vetro singolo installato presso il Rif. VII Alpini, 1502 m. Le partizioni verticali spesso non sono progettate per consentire anche un benessere ambientale interno passivo. In condizioni normali anche d'estate si rende necessario l'utilizzo di sistemi di riscaldamento. Foto di Luca Magarotto.

FIG. 3
Cucina economica installata presso il Rif. Tissi al Col Rean (Civetta), 2250 m. Il calore prodotto viene recuperato per riscaldare l'acqua e alcuni ambienti. Foto di Luca Magarotto.

FIG. 4
Rif. Roda di Vael (Catinaccio), 2283 m. È stata realizzata una coibentazione esterna e l'integrazione di un sistema di cogenerazione integrato con il fotovoltaico. Foto di Luca Magarotto.

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